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Pigoli, un colpo di fulmine con la ricerca biomedica

Pigoli, un colpo di fulmine con la ricerca biomedica

Da giovane, studiando in America, ha scoperto e si è innamorato della ricerca biomedica. Un vero e proprio colpo di fulmine, tanto che da allora ha continuato a coniugare il microscopio e la clinica, facendoli diventare il suo lavoro quotidiano. Poche cose lo soddisfano quanto un’osservazione o un concetto appreso durante le sue ricerche. Giuseppe Pigoli, oggi ricopre il ruolo di direttore medico e CMO di I-VITAE.

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Direttore, di cosa si occupa la ricerca biomedica?

“La ricerca biomedica si occupa di tutti gli aspetti biologici che mostrano di essere alterati e che, come tali, sono destinati a promuovere la malattia. E numerosi sono gli aspetti che riguardano la ricerca stessa: possiamo citare la farmacologia, la biologia cellulare, la biologia molecolare, la funzione di un organo o di un apparato, lo studio sugli animali (in vivo) o sulle colture (in vitro). Insomma, è un campo tanto vasto, per non dire sconfinato, quanto coinvolgente”.

Quanto ha dovuto lavorare prima di capire che questo era il suo settore di ricerca?

““C'è voluto qualche anno, com'è naturale. Frequentavo come assistente volontario l'Istituto di Clinica Medica dell'Università di Parma, dove si alternava l'attività di laboratorio con la clinica. Poi, è arrivato il periodo americano, nel corso del quale mi hanno insegnato a ragionare come un ricercatore. Da quel momento le idee si sono chiarite in modo definitivo”.

Che emozione prova, ogni volta che scopre qualcosa al microscopio?

“Il microscopio non ha ancora cessato di stupire perché, pur essendo stato superato dalle moderne tecnologie, rappresenta ancora un'indagine preliminare insostituibile. Che, fra l'altro, costa pochissimo. Una attenta valutazione microscopica può scatenare percorsi di ricerca e di approfondimento unici. Anche per questo, risulta entusiasmante”.

Dal microscopio alla clinica, qual è il passaggio? E, soprattutto, è sempre possibile portare in clinica quello che è stato individuato al microscopio?

“È la clinica che ti spinge ad indagare, è la malattia che ti motiva a studiare. Purtroppo sappiamo benissimo che non è sempre possibile applicare i risultati di laboratorio, che il più delle volte arrivano con il contagocce. Ci vuole molta pazienza e una buona dose di tenacia”.

Quali sono le ricerche che più lo affascinano?

“Mi affascinano molto quelle in pianificazione, cioè le prossime. Non dico quali, perché stiamo parlando ancora di progetti in corso di validazione. In altre parole, è il senso del futuro che rende attivi e mi piace”.

E parlando di I-VITAE, di cosa si occupa o si è occupato?

“Da anni, con i “ragazzi” del laboratorio (peraltro ricercatori preparati) ci occupiamo di problemi correlati al concepimento e al mantenimento della gravidanza fino a che questa non giunge a termine. Però, oltre a questo aspetto, vogliamo valutare i rimedi idonei a contrastare uno stato infiammatorio generalizzato e clinicamente quasi silente: la cosiddetta flogosi cronica o di basso grado”.

Quali sono le aspettative future, se ci sono?

“Le aspettative ci sono sempre, basta non demordere. In particolare, mi riferisco ad un integratore di nostra “invenzione” che si sta mostrando molto efficace negli stati infiammatori di cui ho appena parlato”.

Sogni nel cassetto da realizzate, sempre parlando di lavoro (I-VITAE) e di donne (fertilità)?

“Senza sogni non si vive. Anche noi di I-VITAE sogniamo di vedere le gravidanze, giunte alla nostra osservazione, arrivare a termine. Inoltre, vorremmo avere la possibilità di approntare studi clinici in cui venga testata l'efficacia antinfiammatoria del nostro integratore. Noi siamo pronti”.

 

Federica Cappelletti
Giornalista Medico Scientifica
Editor in Chief

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