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Infertilità di coppia, qualche spiraglio di luce

Infertilità di coppia, qualche spiraglio di luce

Si chiama “infertilità inspiegata” o idiopatica ed è una condizione di impossibilità a concepire che, fino a oggi, non ha trovato grandi spiegazione: la coppia non riesce a procreare e i medici non sanno dare un perché a questo insuccesso riproduttivo. Tutto questo, nonostante i numerosi e annosi esami a cui si sottopongono sia la donna sia l’uomo. E il problema dilaga a macchia d’olio. In Italia, infatti, l’infertilità di coppia è ormai diventata una piaga sociale. Un vero e proprio disagio per donne e uomini, che ne sono colpiti nella stessa percentuale: nel 40 per cento dei casi sono i maschi ad esserne soggetti, nel 40 per cento le femmine, ma anche - e parliamo di un 20 per cento - entrambi i partners. Con un conseguente crollo delle nascite (nel periodo gennaio-giugno 2017, i nati sono stati 1.500 in meno rispetto allo stesso semestre del 2016. E 473.438 nati nel 2016 (-12mila sul 2015), con una media di 1, 34 in media i figli per donna e un’età del parto di 31,8 anni (dati Istat).

I-Vitae

Il problema della sterilità è sicuramente di origine personale e fisica, ma la scelta di fare figli in tarda età (sempre più spesso obbligata dai tempi del lavoro e dalla frenesia del quotidiano e della vita), non aiuta di certo la capacità riproduttiva degli individui. Rispetto a 30 anni fa, infatti, l’età media del concepimento si è alzata di dieci/quindici anni nei due sessi. E a farne le conseguenze, con ricadute psicofisiche solitamente importanti, sono proprio le coppie in cerca di gravidanze che stentano ad arrivare o che non arrivano proprio. Dati alla mano, una coppia su cinque non riesce ad avere figli in modo naturale. Solo vent’anni fa la percentuale era dimezzata. Una consapevolezza che nel tempo ha spinto il Ministero della Salute a lanciare l’allarme fertilità, a programmare un piano nazionale a favore delle nascite (vedi sito Ministero Salute).

Danni al DNA, possibile causa

Recentemente, i ricercatori irlandesi della Queen University di Belfast sembra abbiano trovato una possibile causa e strada da seguire per il problema dell'infertilità di coppia. La professoressa Sheena Lewis e colleghi della Facoltà di Medicina e Chirurgia, Odontoiatria e Scienze Biomediche alla Queen, hanno infatti condotto uno studio coinvolgendo 239 coppie con diagnosi di infertilità inspiegata, individuando che nell’80 per cento dei casi l'origine del problema era da ricondursi a un serio danno al DNA degli spermatozoi.

“La maggior parte dei coppie con problemi di fertilità sono in grado di ricevere una spiegazione per questa loro sterilità – spiega in un comunicato stampa la professoressa Lewis –. Queste cause vanno da un basso numero di spermatozoi, alla scarsa motilità degli spermatozoi nell’uomo, o all’ostruzione delle tube di Falloppio o endometriosi nella donna. Una volta che le cause di infertilità sono state stabilite l’azione più opportuna del trattamento di fecondazione assistita può essere intrapresa”. Il problema, tuttavia, sorge proprio quando, in mancanza di evidenze o possibili cause, la coppia non riesce comunque a concepire. Da qui, appunto, la diagnosi di infertilità idiopatica.

“Per quasi un terzo delle coppie, fino a ora, non c’è stata alcuna causa evidente per l’infertilità: queste coppie hanno ricevuto diagnosi di “infertilità inspiegabile” – prosegue la Lewis –. Nel nostro studio abbiamo ora raggiunto una svolta, il che spiega la causa di infertilità per molte di quelle coppie. Ora che abbiamo trovato la causa di infertilità per queste coppie, trattamenti adatti e su misura possono essere studiati; e le coppie possono essere indirizzate direttamente al miglior trattamento per aumentare le loro possibilità di avere un bambino”.

I risultati (completi) dello studio sono stati pubblicati su Reproductive Biomedicine Online e dimostrano che anche le probabilità di avere un bambino dopo un trattamento di inseminazione artificiale, come l’IVF, sono strettamente correlate alla quantità di danno al DNA dello sperma. Un danno lieve a meno del 15 per cento degli spermatozoi è tuttavia normale, come si può notare nello sperma degli uomini fertili. Il problema sorge quando il danno al DNA è più grande ed esteso oltre il 25 per cento degli spermatozoi: in questo caso si riducono di molto le possibilità della coppia di concepire – anche a seguito di alcune forme di trattamento per la fertilità.

“Con un milione di coppie in tutto il mondo che richiedono un trattamento per la fertilità, questi nuovi risultati della ricerca offriranno nuove speranze di formare una famiglia”, conclude la professoressa.

Lei, fertilità a rischio dai 35 anni

Le donne raggiungono il massimo picco della fertilità tra i 20 e i 24 anni, hanno un primo declino verso i 30 e un vertiginoso picco verso il basso superati i 40 anni. Una ragazza di 20 anni, con rapporti sessuali regolari, ha circa il 30% di probabilità per ciclo di avere una gravidanza, il 25% a 30 anni, il 20% dai 35 ai 40 e il 10% a 40 anni. Questo significa che, se una coppia giovane dopo un anno non è riuscita a concepire, può, con serenità, prendere ancora qualche mese di tempo dato che l'orologio dell'età gioca ancora a suo favore.

La prospettiva è diversa per una coppia avanti con gli anni: le si “concedono” almeno 18 mesi di tentativi dato che il numero delle probabilità di concepire per ciclo mestruale è davvero molto più basso ma una volta superato il periodo di "prova" non deve perdere tempo e consultare tempestivamente uno specialista. E farsi aiutare. C'è poi l'aspetto, non secondario, del numero dei rapporti sessuali: ai fini del concepimento, l'ideale sarebbe avere tre rapporti alla settimana. Un solo rapporto riduce le possibilità del 50%.

Ci sono poi le coppie ipofertili, quelle che, pur non essendo sterili, hanno notevoli difficoltà a concepire. Anche in questo caso è bene valutare l'aspetto anagrafico. Ed infine, le coppie affette da sterilità secondaria, cioè insorta in un secondo momento dopo una gravidanza portata avanti con successo.

Primo step, l’analisi del liquido seminale

Appurato che quando si cerca un bebè i medici suggeriscono di aspettare almeno un anno prima di cominciare a effettuare i controlli per identificare eventuali ostacoli al concepimento, subito dopo viene consigliano di cominciare a indagare dall’aspirante papà (anche se l’infertilità o l’ipofertilità della coppia è di origine maschile nel 40% dei casi, la stessa percentuale di quella femminile. Si parte dal maschio, perché le indagini previste per l’uomo sono meno invasive e meno costose di quelle per la donna. Due sono gli esami raccomandati per controllare la fertilità maschile, lo spermiogramma e la spermiocoltura. Il primo consiste nell’analisi di un campione di liquido seminale per determinare se la concentrazione degli spermatozoi è normale o inferiore alla norma. Si parla, rispettivamente, di normozoospermia e oligozoospermia. Ci sono poi la criptozoospermia, che è una carenza grave di spermatozoi e l’azoospermia, che è l’assenza di spermatozoi. Viene determinata inoltre la motilità delle cellule, cioè la loro capacità di spostarsi per risalire le vie genitali femminili e fecondare l’ovocita, e la presenza di alterazioni nella forma degli spermatozoi, che possono comprometterne la funzionalità.

Astenozoospermia è il termine utilizzato per indicare una motilità al di sotto della norma, mentre la teratozoospermia è una presenza rilevante di spermatozoi difformi. Lo spermiogramma serve anche a valutare alcune caratteristiche generali dell’eiaculato che influiscono sulla probabilità di concepimento: il volume, la viscosità e il grado di acidità. L’esame va ripetuto due volte a una distanza minima di sette giorni l’una dall’altra. La spermiocultura, basata anch’essa sull’analisi di un campione di liquido seminale, serve invece a diagnosticare eventuali infezioni batteriche asintomatiche. Se non vengono curate prontamente, possono cronicizzare e danneggiare il liquido seminale, ossidando e frammentando il DNA degli spermatozoi.

L’importanza di un corretto stile di vita

Diversi fattori possono essere all’origine di una ipofertilità maschile. Può infatti trattarsi di una causa genetica, di un’infezione trascurata e cronicizzata o di un varicocele, una patologia del sistema vascolare dei testicoli. Altri elementi che influiscono molto sulla fecondità sono l’obesità, l’età avanzata, l’abitudine al fumo, il consumo eccessivo di alcolici, l’utilizzo di biancheria e indumenti molto attillati, che mantengono troppo elevata la temperatura dei testicoli. Evidenziato il problema, in alcuni casi è possibile risolverlo con una terapia farmacologica. Si ricorre agli antibiotici se la causa è infettiva, agli ormoni, oppure agli antiossidanti in altre circostanze. Un eventuale varicocele può essere corretto chirurgicamente, ma l’intervento avrà una buona riuscita solo se l’uomo ha meno di 30 anni.

Prevenire da giovani è la miglior cura possibile

La maggior parte dei fattori responsabili di ipofertilità maschile può essere corretta solo a patto di intervenire precocemente. Purtroppo, però, gli uomini sono poco attenti alla loro salute riproduttiva. Si rivolgono allo specialista solo se hanno problemi evidenti e non si sottopongono a visite di controllo periodiche come invece fanno le donne. Il varicocele di solito si manifesta nella pubertà e va affrontato prima che produca danni irreversibili. Anche altre alterazioni e difetti dello sviluppo dei testicoli si manifestano precocemente. Per riconoscere questi problemi, però, è necessario rivolgersi all’andrologo almeno una volta al termine dello sviluppo puberale, anche in assenza di sintomi sospetti o di fastidi. È importante che i giovani siano informati sui rischi delle malattie a trasmissione sessuale non solo per la salute generale ma anche, in particolare, per quella riproduttiva.

Ecco i nemici subdoli della fertilità

Altri nemici della fertilità ai quali bisogna prestare grande attenzione sono il fumo, l’alcool, l’uso di anabolizzanti nello sport, l’obesità e la sedentarietà, il contatto con pesticidi e altre sostanze tossiche, l’esposizione frequente dei testicoli a temperature superiori alla norma, come accade quando si tiene il computer acceso appoggiato sulle gambe oppure il cellulare nella tasca dei pantaloni. Infine, anche per l’uomo l’avanzare dell’età comporta un calo fisiologico della fertilità. Meglio, dunque, non posticipare troppo la ricerca di un figlio per avere più probabilità di successo.

Anche le malattie possono incidere sulla fertilità

Il sesso non protetto c’entra. Perchè durante il rapporto c’è il rischio di contrarre malattie che influenzano la fertilità. “I dati sono preoccupanti. È ritornata la sifilide, sono cresciuti i casi di gonorrea e papilloma virus” ha avvertito il ministro Lorenzin. L’Istituto superiore di sanità ha registrato tra il 1991 e il 2012 96.752 nuovi casi di infezioni sessualmente trasmesse (Ist). Le diagnosi di infezioni più comuni sono quelle da Clamydia trachomatis, soprattutto nei giovani tra i 15 e i 24 anni, da Trichomonas vaginalis e da Neisseria gonorrhoeae. Dal 2006 si è verificato anche un aumento delle segnalazioni di linfogranuloma venereo. E nel 2012 l’Hiv è risultato quasi 20 volte più frequente nelle persone con infezioni sessualmente trasmesse. “C’è tanta disinformazione – denunciano gli esperti interpellati dal ministero -. Il piano nazionale fertilità serve a sfatare falsi miti e conoscere più da vicino la nostra sessualità”.

Sistema Immunitario Compromesso, spesso la svolta

Il sistema immunitario può essere considerato a tutti gli effetti una BARRIERA UMANA, capace di difendere l’organismo da qualsiasi attacco esterno: insulti chimici, traumatici e infettivi (virus e batteri). Ma se il sistema immunitario è compromesso, ovvero non funziona bene, anche la fertilità può risentirne.

Il futuro di molte donne che vogliono diventare madri ma non ci riescono sta quindi nel sistema immunitario. L’infertilità inspiegata, dovuta a un sistema immunitario malfunzionante, è infatti responsabile di più del 40 per cento delle gravidanze mancate. Per non parlare dei potenziali aborti legati allo stesso problema, che fanno lievitare la percentuale di insuccesso nel concepimento e accrescono il dramma di milioni di donne che desiderano essere madri ma non riescono a rimenare incinta o a portare a termine la gravidanza. Con sensi di colpa e sentimenti di fallimento che spingono sempre più verso depressioni senza ritorno o cure invasive e fisicamente pesanti.

Ma oggi, fortunatamente, è possibile valutare l’infertilità e/o subfertilità inspiegata attraverso il test diagnostico “IMMUNOX” di I-VITAE: una startup italiana che opera nel settore della Medicina della Riproduzione, il cui lavoro è stato appena pubblicato dalla prestigiosa rivista scientifica di settore Minerva Ginecologica e ha già ottenuto molte approvazioni e riconoscimenti a livello nazionale e internazionale.

Il test

Basta un semplice prelievo di sangue (nei centri prelievo autorizzati e più vicini a casa propria, pubblici e privati) e in soli dieci giorni si può sapere se il proprio sistema immunitario è in grado di supportare o meno la gravidanza. In caso positivo, si possono prendere provvedimenti consapevoli, del tutto naturali, per riequilibrare i valori del proprio sistema immunitario. Il test è in grado di rilevare e misurare, quantitativamente, quattro biomarcatori specifici: Tumor Necrosis Factor Alpha TNF Alpha, GLICODELINA (GLY), TOS (Total Oxidative Status) e CATF (Complement Activity Toxic Factor). I primi tre (biomarcatori) erano già presenti in letteratura, il quarto è stato scoperto dallo staff di I-VITAE.

Il CATF, com’è stato poi denominato, deriva da un biomarcatore chiamato e noto in letteratura ETF (Embryonic Toxic Factor), ovvero un potenziale fattore embriotossico, in grado di impedire il concepimento. Partendo dall’analisi di questo biomarcatore, il gruppo di ricerca è andato oltre, molto oltre, scoprendo che questo fattore in realtà è prodotto dal complemento: una parte fondamentale del sistema immunitario, brevettandone a livello internazionale il metodo di rilevazione. Da quel momento è nato il il test IMMUNOX, assembrando i quattro biomarcatori”.

NUMERI A SOSTEGNO

Il test è stato validato su oltre 2.200 donne, oltre che condotto, nel 2016 all’interno di uno studio clinico, ed ha dimostrato che quelle positive al test hanno solo il 2,9% di probabilità di concepire, rispetto al 36,6% di quelle negative al test.

 

Federica Cappelletti
Giornalista Medico Scientifica
Editor in Chief

 

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