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Il dolore dell'aborto: la storia di Pamela.

Il dolore dell'aborto: la storia di Pamela.

Salve, sono Pamela, ho 34 anni e il ricordo di un aborto che non mi fa vivere.

Sono passati sei anni ma il dolore non si attenua. Mi sembra ieri, quando sa un test “fai da te” e da una doppia riga colorata ho saputo di essere incinta. Mamma, io mamma! Proprio io, finalmente. Non si sembrava vero. Davvero impossibile.
Non cercavamo quel bambino io e il mio compagno, ma stava arrivando. Solo quattro mesi di convivenza e diventavamo genitori. Una nuova esperienza, alla quale mi sono abituata velocemente.

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Così è partito il contro alla rovescia per il giorno dell’avvento, la ricerca dei nomi, l’acquisto del primissimo corredino neutro. Dopo un primo momento di confusione ero al settimo cielo, felice come mai prima di allora. Il mio compagno mi regalò anche un bellissimo smeraldo, segno dell’amore infinito che ci legava e che con l’arrivo di nostro figlio ci avrebbe legato per sempre.

Ma dopo le prime settimane di gestazione l’idillio è finito, e ho capito che qualcosa di strano stava accadendo. La pancia mi faceva male di continuo, ero nervosa e spaventata. Troppo irascibile, senza un motivo evidente. E dopo la visita dal mio ginecologo sono venuta a conoscenza di una verità dolorosissima: l’embrione non si era attaccato bene e stavo perdendo il mio bambino, il mio sogno, la mia possibilità di diventare madre.

Risposi d’impeto al medico, mandandolo a quel paese. Non poteva essere vero, non poteva accedere proprio a me. In fondo non lo avevo cercato quel bambino e adesso non potevo più farne a meno. Ma l’aborto, mi fa ancora male raccontarlo, era oramai l’unica certezza. Mi strappai la camicia dalla rabbia, chiesi al mio compagno di non vederci più per un po’. Avevo solo bisogno di stare sola e di ritrovarmi in quel mare di sofferenza. Per una donna è difficile accettare di perdere un figlio, anche se talmente piccolo e ancora inconsistente. Nei mesi successivi mi sono fatta seguire da uno psicologo, ho fatto terapia per togliermi di dosso inutili sensi di colpa. Mi sono guardata intorno, prima di capire che abortire all’inizio di una gravidanza fa parte del gioco. Succede, capita, non significa che sei diversa o qualcosa in te non funziona. Succede e basta!

E mi sono ritrovata con il mio compagno, abbiamo provato ad avere altri bambini, ma il destino, ancora, non ci è venuto incontro. Non sono più rimasta incinta e solo da qualche mese, grazie a questo blog di I-VITAE, ho capito che il mio problema sta sicuramente nel sistema immunitario. Prima mi ha fatto abortire, non consentendo l’attecchimento dell’embrione, poi non mi ha più concesso di avere il pancione. Da questo momento si apre un altro periodo della mia vita. Con nuove possibilità di diventare madre, lo spero con tutta me stessa. Anche perché, e lo dico con convinzione, accetterò di diventare madre solo in maniera naturale. Senza, comunque, ricorrere agli assurdi bombardamenti ormonali della procreazione assistita. 

 Con affetto, Pamela.

 

Federica Cappelletti
Giornalista Medico Scientifica
Editor in Chief

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